Tra serio e faceto 

parole che spiegano pensieri

 

 

Inserimenti post pubblicazione

 

IL SERIO 11

 

Alle foglie del mio giardino 13

Incomprensione 14

Cieche visioni 15

Comandante 16

Congedo dal Poeta 17

Deserti 18

Disperazione 19

Fallaci Parole 20

Vita 21

Amore platonico 22

Luce e buio 23

Paese 24

Paternità 25

Pensieri strozzati 26

Quello che… già 27

Riviviscenza 28

Mille segni 29

Sud…an 30

Dio 31

Anime 32

Dubbio 33

Verità 34

Zone d’ombra 35

Ancora una volta 36

Parole unite 37

Confessione 38

Segni 39

Quel giorno 40

 

 

Il faceto 41

 

Famija 43

Boicottaggio 44

Bombe Intelligenti 45

Convinzioni 46

Diversità 48

Frustrazione 49

er Gregge 50

er Magnate 51

er poeta 53

‘a Bandiera 54

Girotondo 55

‘a legge 56

‘a vendetta 57

L’attenzione 58

Er circo 60

L’orgojo 61

Esperienza 62

Percorso 63

Rispetto 65

Telegiornale 67

Visibilità 68

Divorzio veloce 69

Filastrocca delle ferie 70

Arabesco 71

Onestà 72

 

Bibliografia 76

I nuovi inserimenti

Filastrocca di Natale   

La ballata dell'Operaio

Sommario 2007

 



 

 

Copyright © 2004 Pio Favia

 Copyright © 2004 Lampi di stampa

Via Bergonzoli, 1/5 - 20127 Milano

ISBN 88-488-0460-8

e-mail: lampidistampa@alice.it

www.lampidistampa.it  

 

IL SERIO

 

Alle foglie del mio giardino

  Lentamente mi consumo,

cresce l’angoscia per ciò che attende.

No, non di me vorrei sapere,

è il poi della natura che mi tormenta.

 

Impotente al cadere delle mie foglie, scruto intorno,

e vedo che,

inconsapevolmente,

esse proteggevano il mio giardino dal gelo.

 

Cadde un bel giorno la fiducia,

in un altro mi lasciò l’amicizia,

un soffio di vento mi portò via il rispetto,

persi poi l’orgoglio, ma sulla mia pelle.

 

A quando la stima di me?…

Stringo l’amore che mi rimane con tutte le forze.

Lo proteggo dal Dio buono,

quello che semina sofferenze e che prima o poi, lo so,

cercherà di portarmelo via.

 

Intanto scrivo,

scrivo per le mie foglie,

nell’ amara illusione che, con ciò,

possa io ancora goderne la protettiva esistenza.

 


Incomprensione

 

Muovere adagio in quel che rimane,

disperatamente,

cercando il respiro di un tuo battito,

che confermi l’averti ancor vicino.

 

Paura di chiedere per nuove ferite,

e fra certezze frustrate, più non osare.

Offrirsi a parole riflesse,

infrante nell’apatico nulla.

 

Aggrapparsi con unghie tenaci alla vita,

che dopo tutto scorre zelante.

Affogare in sintetici alibi,

movendosi adagio, in quel che rimane.


 

Cieche visioni

Fisso è lo sguardo lucido sul rimorso!

Le ultime ore saranno tra poco ricordo

come le immagini cui si sono accompagnate.

 

Mie notturne convinzioni riemergono

facendosi portavoce nell'incoscienza,

spingono, spingono incitando a un domani riscoperto.

 

Un trillo riporta l'esistenza, il dovere del fare.

Impari la è la lotta che impone il presente.

Quanto tempo è sprecato nell'inutile corsa!

 

L'immobilismo è colpevole nella lucidità,

ma è nel domani l'alibi che assolve,

ancora una volta.

 

Tra le parole che precedono, seguono ancora parole.

Tra serio e faceto,

un altro giorno è trascorso senza di me!

 


Comandante

Tra la polvere d’ oggi, che ne oscuran le gesta,

l’esempio del Grande è distante dal nuovo

che con forza e arroganza, ma senza rimorso,

ci piega e costringe, a chinare la testa.

 

Combattiamo invano, patetici nani,

dispersi nel nulla della nostra esistenza,

facendo da scudo, con tanto coraggio,

per donne e bambini, con povere mani.

 

I giganti, protetti dal gioco al massacro,

uniti e convinti nelle lor soluzioni,

per nuovi mercati son costretti all’orgasmo,

nel vivere appesi al di lor simulacro.

 

E a te, Comandante del sogno impedito,

che osservi perplesso quest’altra sconfitta,

io piccolo uomo rivolgo la mente,

incapace di un gesto ribelle ed ardito.


Congedo dal Poeta

Ipocrite macabre voci,

volteggiano,

come falchi rapaci si gettano

sulla morte del Poeta.

 

Rubano il posto alla vera amicizia

ne prendono possesso,

ne fanno scempio d’utilità,

perpetrando gratuita offesa.

 

Sincere silenziose sofferte lacrime

stillano,

come fertili semi s’insinuano

nella terra sopra al Poeta.

 

Ne dissetano l’anima,

le ridonano vita,

liberando sue parole sconosciute

ne riportano, giusta, la lode.

                                                    Dedicata a Umberto Bindi


Deserti

Odori, bruciano al sole  tra  polvere e millenni,

coprono e conservano sapori poveri,

salvano l’uomo.

Serbata è così, l’ incontaminata genesi.

 

Solitudine magica,

tra silenzi che avvicinano al vero,

sacrificio che ricorda il remoto.

Da dov’è che vieni, dov’è che vai.


Disperazione

Immobile volgo lo sguardo sapiente,

nulla più potendo se non il rimpiangere.

Forte è la rabbia che sovrasta il dolore,

grande, l’accusa d’improbabili colpe.

 

Magari se ero… se magari facevo…

e poi magari, magari, magari…

Così mi perdo in un vortice assurdo

che mai fine vedrà, se non quando, magari,

placare potrò, quel che ora non posso.


Fallaci Parole

Prevenute parole salgono,

conati di pensieri escono di bocca.

Tra saggia incredulità si odono,

s’insinuano tra negati consensi.

 

Essenziali valori muoiono,

da paure di massa respinti,

e contro i molti che cercano,

i pochi di sempre, ancor negano.

 

Fallaci parole accusano,

del proseguire si fanno barriera,

e come pietre lanciate dai senza peccato,

senza cercar di capire, accusano.


Vita

Se il sole del mattino alimenta il vigore della giovinezza,

se l'ombra del pomeriggio, cela le incertezze della maturità,

spetta al buio della notte, trovare nel suo silenzio,

l’orgoglio della vecchiaia.

                                                        Dal romanzo Nel buio del silenzio


Amore platonico

Chiedo soltanto cortese attenzione,

che lasci del giusto, chiara l’essenza.

La smania, il successo, non è mio pensiero

e nemmeno il consenso che disseta a ragione.

 

Non cerco giudizi o parole ad effetto,

nemmeno l’intesa di un applauso gestito,

la mia, di sorgente, è rivalsa del credo,

che sgorga e che vive, nel nostro intelletto.


Luce e buio

La mancata risposta mi riporta al presente.

Capisco. Il buio è passato.

L'aspettativa è ora luce.

Così l'Amicizia,

quella che tutto permette e che nulla vieta,

ne viene accecata,

non più trova spazio,

e piano,

impercettibilmente,

muore.


Paese

Non di urla né grida viene offeso l’udito,

perché nel rispetto si muovono le genti,

che nel fare continuo possiedono il credo,

del domani così, sempre fiero e mai vago.

 

Profumo che sembra un invito,

tra le vie che, di Roma non sentono i lamenti,

delicati i colori che intorno io vedo,

mentre scendo in silenzio, con pensiero già pago.

 

Quadro lacustre da pennello vestito,

che in silenzio si prende i miei sentimenti,

quando così, per pensare mi siedo,

sull’ umida riva del dolce suo lago.


Paternità

Paure, mi esprimi quando mi parli,

timori e sussurri se ti carezzo,

ansie confessi guardando al domani,

angosce racconti, se l’ascolto ti presto.

 

Chiedi un aiuto che non potrò darti,

quindi attendo a parole, bugiardamente sicuro,

dunque ti lego cingendo le braccia,

ergendomi a scudo del tuo futuro.

 

Ma io che ti sogno nel mondo regina,

e ancor cullo il tuo sonno nella notte silente,

so già che verranno i tuoi pavidi giorni,

e battendo il mio petto, mi riscopro impotente.


Pensieri strozzati

Occhi sgomenti verso il cielo,

invocano un Dio, di bugiarda contesa,

che strozzata nell’Ego del tempo rimasto,

in anime sagge, risolta è gia stata.

 

Terrore tranquillo di qua di quel vetro,

che acceso, colora le menti impigrite,

che chiedono, vogliono sentirsi sol dire,

che tutto è tranquillo, che il domani è migliore.

 

Polvere e morte s’avanza nel giorno,

mostrandoci false le nostre certezze,

il cosa di tutto, è dilemma latente,

l’errore di vita, certezza incombente.

                                           In occasione del crollo delle torri


Quello che… già

Cerco lontano quello che ho già,

cieco, nella mia blasfema ingratitudine.

Lo so che mi mancherai allora che averti più non potrò,

quando tra denti pentiti, stringerò le mie labbra.

 

Combatto per non essere travolto,

dall’odierno assedio dei più veloci,

per non soccombere in questa assurda guerra.

Così lascio che ti allontani sola, sempre più.

 

Fermarmi con te,

magari renderti ciò che mi hai dato,

senza pensare di togliere a nessuno,

o di perdere qualcosa.

 

Lasciarsi travolgere dagli  ignari corridori,

che corrono e corrono.

Corrono,

perdendo di vista quello che hanno già.


Riviviscenza

Amari sussulti d’impotente dolore,

percorrono il tempo lasciato morire,

tra sogni, che mai potranno cucire,

lenire lo strappo ancora aperto nel cuore.

 

L’orgoglio vissuto imbarazza, fa male,

preme, riduce tutto quello che resta,

non permette lo sfogo di un urlo animale,

ne’ di tendere un braccio, sollevare la testa.

 

Ed io, che per te non posso far niente,

se non il portare un po’ del peso nel cuore,

per cercare con te di mutarlo in amore,

perché serva a chi poi, ci terrà nella mente.


Mille segni

Mi sono chiesto perché non t’ avessi mai udito,

volgendoti vuoti pensieri di dubbio.

Ma da te, nulla mai riuscii ad ascoltare.

 

Cercai mille segni nel buio profondo,

mille profumi di tue nascoste certezze.

Mai di te, nulla mai, ebbi  a sentire.

 

Sordo vagai nella mia cecità,

raggiungendo il ciglio del mio baratro.

Lì, sconosciuta, trovai l’umile figura.

 

Di fronte a quel nulla negato

Cieco nella mia sordità,

ho visto, finalmente, i tuoi segni piangere per me.


 

Sud…an

Grandi neri occhi disperati

fonte di lacrime inutili.

Spiegazioni mai chieste,

interminabile attesa del nulla.

Speranza nella moltiplicazione.

Certezza della precoce divisione.

 

Impari la rincorsa.


Dio

Piccolo uomo di questo tempo disperso,

che cerca un suo Dio senza grande speranza,

tra le piaghe del mondo che non gli offre il verso,

per vedere al di fuori di un’unica stanza.

 

Ma poi ci sei tu che mi dai nuova ebbrezza,

con un solo sorriso, una breve carezza,

e nel mentre confessi che per te sono, io,

riconosco il valore, trovo il senso di Dio.


Anime

Occhi nella notte spalancati,

circondati da ombre che s’innalzano,

si aprono, richiamati dal nulla.

 

Chiamate e rincorse diventano parole,

che restano in attesa,

mentre il fiato si annulla.

 

Anime buone ci prendono per mano,

ci conducono al vero,

dell’immensa agonia.

 

Fanno coro al nostro scrutare,

c’introducono al verbo,

per creare poesia.


Dubbio

Sfido le leggi della mia natura.

Immobile sfera sul piano inclinato.

Spazi infiniti sono ai miei piedi,

invitanti e accoglienti, raggiungibili.

 

Conosco la strada da percorrere,

mi è chiaro il motivo che mi spinge.

Basterebbe non opporre resistenza,

lasciarsi andare, in semplice silenzio.

 

Ma una legge invisibile si oppone alla mia gravità.

La blocca, costringe, convince.

Cosa è più giusto mai saprò dire

tra un dolore evitato e un aiuto non dato.

 


Verità

Lontane, combattono con qualche successo la mia resistenza,

proprio adesso che nella mia beata sospensione,

sto per varcare quel che un giorno credevo orizzonte.

 

Il rumore cresce continuo ma il mio udito è tenace.

Lo so che alla fine avrò io vinto ancora, ancora una volta,

voltando lo sguardo al mio autunnale possesso.

 

Sarò forse raggiunto un giorno che già sento vicino,

Magari quando distante, e giunto al tramonto,

le cataratte del tempo mi daranno conforto.

 

Saprò allora riconoscere, nell'orizzonte non più tale da tempo,

il vuoto che ha colmato l'equilibrio del mio essere,

e la sconfitta delle ormai vicine, troppo vicine verità.

 


Zone d’ombra

Sopravvivo, immerso nella mia zona d’ombra,

celato alle certezze che mi circondano,

che alimentano il mio disagio,

tra cotanta leggerezza di vivere al sole.

 

Sogno nelle lunghe notti silenziose,

condottiero invincibile,

tenace difensore del vero,

la sconfitta del mostro che avanza.

 

Conscio, mi getto nella reiterata battaglia,

con  pochi sinceri a tutela del giusto,

verso un probabile nuovo martirio.

Presto! Prima che il sole si alzi e che…

ricrei, zona d’ombra.


Ancora una volta

Ancora una volta,

polverose macerie impastano lacrime di pentimento,

ravvedono l’uomo per pochi istanti,

dal torpore egoista, dall’inedia dell’anima.

 

Piccole ignare voci chiamano,

ancora una volta,

all’indifferenza che uccide,

trasformando l’immenso dolore in soccorso tenace.

 

Dilaga il tormento nel senno di poi,

cercando il colpevole, un capro espiatorio,

ancora una volta,

per lenire i se…avessi, potessi, facessi.

 

Angeli razziati al futuro volano in cielo,

lasciandosi dietro propositi buoni, che,

in cuori raffreddati dal tempo resteranno rinchiusi.

Ancora una volta,

 

Ancora una volta parole tracciano il vero.

Allungano le stagioni del ricordo,

chiedendo,

di non essere dimenticate.

 

                                       Ai piccoli Angeli di San Giuliano di Puglia


Parole unite

Perché gettare parole,

abbandonarle già mentre escono,

non dar loro forza unendole insieme,

per gridarle, in favore del mondo.

 


Confessione

Sprofondo,

nel lago della tua incomprensione,

sapendo che già mai, potrò parlarti d’amore.

Affogherai,

nella grande illusione di rendermi schiavo,

o annullare il mio ego.

Non chiedermi, non so cosa sia.

Non guardarmi negli occhi per trovare risposta.

Questo sentimento non si trova in un incontro,

o in agguato, in una grande passione.

Sì, per me tu sei tutto, l’immensa attrazione,

sei la gioia, il rispetto, sei la vita di qui.

Posso anche morire e per questo io soffro,

appassisco, mi torturo, mi piego

ti rendo la vita, la fiducia riposta.

Strappati dunque dal cuore, quella tua gelosia,

che l’amore,

lo lascio per gli occhi di un figlio.


Segni

Mi son chiesto perché non t’avessi mai udito,

rivolgendoti vuoti pensieri di dubbio.

Mai nulla da te, potei ancora ascoltare.

 

Cercai mille segni nel buio profondo

e in decisi profumi di nascoste certezze.

Mai nulla di te, ebbi ancora a vedere.

 

Sordo, vagai nella mia cecità,

giungendo anche al ciglio del mio non ritorno.

Mai nulla di te ebbi ancora a capire.

 

Ma, solo attraverso quel nulla negato,

ho potuto ascoltare la mia presunzione,

e riconoscere, finalmente, i tuoi segni per me.


Quel giorno

Cos’è che diremo quel giorno

quando stanchi alla fine del viaggio

e magari, per una volta vicini,

ci guarderemo realmente negli occhi.

 

Cos’è che faremo quel giorno,

increduli che stia a noi capitando,

che smarriti nel tempo lontano,

credevamo che mai, avremmo dovuto.

 

E Lui, che ognuno di noi arrogava per sé,

è lì, che severo alza il dito,

indica le nostre ferite,

obbligandoci a reciproche scuse.

 

Cos’è che allora diremo o faremo,

quando con le mani strette riconosceremo

tra lacrime amare,

che già allora avremmo potuto!

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Il faceto

 



Famija

 

“Te vojo di’ ‘na verità…”,

disse mi padre ‘n giorno in du’ parole,

“… nun so’ cartacce sporche nell’aiole,

anche s’a tté te fanno sbadijà.

 

Te spiego quant’è bella la famija!

Stamm’a sentì, ci ho er core tra le mani.

Te vojo di’ er dolore che te pija

quanno che solo resti ner domani”.

 

L’abbitudine d’avella me’mpediva,

e nu’ ‘mme dava modo d’apprezzalla,

m’adesso che me trovo all’artra riva,

te dico che ‘n riesco de sta’ a galla.

 

A vorte me ricordo mamma bella,

de tutto er tempo che m’ha dedicato,

e de quanto io, fichetto disgraziato,

l’ho fatta disperà, povera stella…

 

Me torna avanti l’occhi lui, quer pover omo,

ch’ er core s’è magnato a stamm’ appresso.

M’ ammé che me fregava de quer fesso

che zitto lavorava e stava tomo.

 

“No! pe’ me…”, giurai, “…sarà diverso!

Er tempo ‘gne darò de rifiatà,

e se ‘n m’ascorta lo farò diverso,

e dritto me verrà de dignità…”

 

Ma vedo invece che tu nun m’ascorti,

e fijo mio, farai quer che ch’hai voja.

e allora, che te dico: la famija…

se tu me guardi, ridi e te ne sorti…


Boicottaggio

Quanno m’arzo la mattina co’ la bocca ch’è ‘na fogna,

pe' la vita quotidiana che me fa sentì vergogna,

er TG co’ le notizie fatte pronte ar tavolino

me ricordano, precise, che nun devo fa' er cretino…

 

Che n’ è vero e so' bugie, che li prezzi so' aumentati.

Devo crede, che la gente è assai tranquilla. Ch’ è contenta!

Che c’è solo er terrorismo da cui deve stà più attenta…

e che felici qui da noi, so' perfino l’immigrati .

 

Ma ho deciso de cambià, o de trovà ‘na soluzione

a sta vita che m’opprime e nun me da' la condizione,

de capì quer che succede, con er Fatto o co' Sciuscià,

de decide da me solo, quer che vojo annà a comprà.

 

Così faccio a modo mio quer che sento dentr’ ar core,

e boigotto a destra e manca cor mio ber telecomanno,

li programmi che m’empone er potere a tutte l’ore.

 

E li prodotti che me sbattono sur viso tutto l’anno.


Bombe Intelligenti

A scola m’hanno detto che pe’ vive ner domani

dovevo usà er cervello mio, in maniera intelligente,

solo così potevo vince, potenza della mente,

senza avé grandi problemi, né fa danni a li cristiani.

 

E così da ragazzino, io capii, che pe’ vince,

bastava usà er cervello invece de la forza,

c’ avenno orecchie bone e la vista de la lince,

potevo vince l’artro, manco fosse ‘na scamorza.

 

Ma ‘na guera poi è scoppiata e me so’ così svejato

tra strazi, distruzioni, tra la polvere e i lamenti.

E ho capito tutt’an tratto, d’esse stato cojonato!…

 

…che ‘n ce sta grande cervello, quanno tu alle pore genti,

manni ‘n pianto, strazio e morte co ‘n colpo ben mirato.

 

Nemmanco se a centralle so’ le bombe intelligenti.


Convinzioni

Na’ vorta ‘n ber cerbiatto

che scappava dar Leone,

e che correva come un matto

pe’ nun diventà boccone,

 

Coi li denti sui vicino

e sentennoje anch’ er fiato

se rifece piccolino,

pe’ pot’esse risparmiato:

 

" Sor leone abbi pietà

de sto povero animale,

che ci ha tanta dignità,

e st’ aspetto niente male!"

 

"E carino er mio cerbiatto,

se nun faccio er mio dovere

sarà detto “...è ‘n coatto”,

sarò preso p' er sedere…

 

Sai, la legge se rispetta

puro s' anche nun te piace,

nun tremà, mettete ‘n pace,

e vedrai che famo ‘n fretta.

 

"Questa cosa è interessante…"

disse carmo ‘n cacciatore

che lì circa da ‘n par d’ore

stava sopra a n' elefante.

 

 

"…dai distendete sur prato

in mezzo a ‘sta bella foresta,

e vedrai, sarai ammazzato

in men che dico e nun te resta."

 

"che, che dici, e che so fesso…"

disse lesto er sor Leone

"… tu me voi ammazzà, benone,

però famme anch' er processo"

 

"Tu perché li fai i processi,

o te li magni come polli?

A me sembra che l'ingolli

senza falli fritti o lessi!

 

"E vabbé te lo confesso,

la difesa mia nun regge!

Ma rispettà vojo sta legge

e inizià proprio d’ adesso"

 

Così prese er ber cerbiatto,

je soffiò pe toje er grosso,

poi pian piano, quatto quatto,

se squajò lascianno l’osso.


Diversità

Vedendo una gallina durante il mio cammino,

cercai di concentrarmi sul come può accadere

che un simile esemplare ‘sì brutto da vedere

un giorno fosse stato, sicuro, un bel pulcino.

 

Provai la tentazione di chieder spiegazione,

ma era allucinata, e allor, che cosa fare ?

sicché mi avvicinai, fingendo distrazione

e un calcio le mollai facendola strillare.

 

"Hei tu, ma che ti piglia !" gridò in un modo strano

"Mi devi delle scuse, o sei così villano

di crederti importante solo perché sei uomo! "

rimasi imbarazzato, zitto, tomo tomo.

 

Lei mi guardò chiedendosi con sguardo sì da ottusa,

perché non replicassi e non chiedessi scusa,

ma ero ancor perplesso da tanta indignazione,

dal modo suo civile di chieder spiegazione.

 

Io non sapevo dirle "un calcio t'ho mollato

perché parlar con te al par non ho saputo".

Ma che figura grama avrei potuto fare!

megli'era non dir nulla, megli'era non rischiare.

 

Allora la gallina comprese il mio imbarazzo,

e disse, " anche tua mamma un giorno fu pulcino…

non credo che tu adesso la tratti con disprezzo".

Scappai convinto, certo, di essere un cretino.


Frustrazione

Vojo fa’ l'enunciazione der pensiero mio struggente

sulla gran rivoluzione e sur diritto della gente.

Vojo di' che tempo addietro, quanno l'omo comannava,

se viveva co’ ‘na donna e tutto liscio assai filava.

 

Si vabbé: du' tre ceffoni, quarche strillo, ‘n vaffanculo,

du' cazzotti ben serviti 'na pedata dentro ar culo…

ma voi mette che ogni notte se finiva a fa’ l'amore

co' la donna bistrattata che godeva pe' du ore?

 

Oggi 'nvece è tutto paro, e 'n se po' più di' parola…

si te 'n cazzi perdi tempo, e la rabbia te divora!

Lei c'ha fretta e nun te sente, l'importante è fa' carriera,

Che je 'mporta si sta sola doppo quanno viè la sera?

 

Ha 'mparato a fa scalate, gioca 'n borsa, fa riunioni,

nun s'accorge ch'è finita e rompe solo li cojoni.

Pe' li fiji 'na ragazza, pe' magnà du scatolette,

Pe' pulì na filippina e pe' l'amore… du' pugnette!

 

Ecco è questo e risultato de sta gran rivoluzione,

co' la donna che fa l'omo, che comanna, che s'appija,

che va fiera d'avè vinto colla sua emancipazione,

e 'n s'accorge c'ha finito pe' distrugge la famija.


(Il titolo originale del sonetto"Emancipazione" viene cambiato

in "Frustrazione" per ovviare all'incapacità di alcuni a coglierne l'ironia,

riferita all'uomo che ancora oggi non sa liberarsi da suoi antichi retaggi. )

 

er Gregge

‘Na pecora der gregge che forte assai belava

dicenno der potere e de chi lo comannava,

se vide all’imprivviso da ‘n lupone apostrofata

che gridà l’aveva udita, e che je diede ‘n’ annusata.

 

La pecora belavava… (ce l’aveva cor governo),

…lo sdegno e la vergogna contro er capo dei ministri,

e tutte l’artre pecore unite a lei d’intorno

facevano de sì coi musi torti e tristi.

 

“Dovemo fa’ quarcosa! È proprio n’indecenza!…”

strillava a squarciagola pentita e strabuzzata,

“…anch’io ci ho dignità, ho finita la pazienza,

e se li lascio fa’ rischio d’essere magnata!”

 

Er lupo che tranquillo rideva e l’ascoltava

s’entennose accusato e sapenno d’esse ‘n torto,

volle faje crede che infonno se sbajava.

Je disse due parole, ‘na cosa de conforto.

 

“Si tu nun ci hai pazienza e si nun voi aspettà,

te faccio passà avanti…” Je disse “…mi consenti!” -

Je dette ‘n morso ar collo co’ tutti i cento denti,

e se vorse ai pecoroni che lo stavano a guardà.

 

…allora?… mbé che dite?…che so’ sti gran lamenti?

Er voto è stato er vostro, me pare anch’ er consenso,

e mo ‘n dovete piagne se s’affilamo i denti!

Adesso state boni, che pentisse nun ci ha senso!


er Magnate

‘ No sciacallo predatore

colla fissa der magnate

se trovò lì dar pretore

pe’ le sue mascalzonate.

 

Se diceva “è ‘n corruttore,

è ‘n magnaccia delinquente…”

lui reagiva con colore

era tranquillo, divertente.

 

S’era fatto ricattare

da tre ceffi accupolati

che ‘n poteva abbandonare

in quanto s’erano associati.

 

Ma er pretore nun mollava

je faceva avé er fiatone,

lo sciacallo ‘n ce cascava,

e s’allargò l’associazione.

 

Dopo un paio de cazzate

che arrabbià fece er consijo

li convinse: “ indove annate

anche voi nun state mejo”.

 

Coll’appello chiamò tutti

ricordandoje der patto,

e tutti insieme belli e brutti

rifirmarono er contratto.

 

Fu così che la giustizia,

‘mbavajata dar segreto

e calpestata con furbizia

nun potette mette er veto.

 

Fu così ch’er gran magnate

che se nutre de’ carogne

quelle sue se l’è sarvate

dalle sbarre e dalle gogne.

 

Fu così ch’ er poveraccio

der pretore mollò er vero,

nun potendo cor suo braccio,

mannà ‘r cappio er monno intero.


er poeta

So’ poeta, sì, l’ammetto,

e la rima assai me piace,

posso scrive pe’ dispetto

e poss’ esse anche procace.

 

Se simpatico me sei

te dipingo come ‘n santo,

te pennello tutto quanto

nell’Olimpo colli Dei.

 

Si però tu sei ‘n potente

c’approfitta e che reprime,

te ritroverai pezzente

tra le strofe e nelle rime.

 

Er poeta e così fatto,

nun lo poi classificà,

sembra a vorte forse matto,

ma te dice verità.


‘a Bandiera

Quanno ch’ ero piccoletto cor nasino che colava

in colonia sono annato co’ ‘na donna che strillava!

Me diceva de sta’ attento, fa’ er saluto alla bandiera,

questo sempre, a la matina e ar brunire de la sera.

 

‘ N po’ più granne, ar militare, tutti infila con impegno

l’adunata se faceva sia ar matino che de sera,

attenti fermi a nun sgarare come fossimo de legno,

pe’ giurà d’esse fedele alla patria e la bandiera.

 

Ma ho lasciato ch’er cervello rimanesse sempre aperto

ho cercato d’esse io, de nun famme cojonà,

adesso quindi grido pace nelle piazze e ner deserto!

 

So’ cresciuto co’ rispetto pe’ la pace e l’onestà

e siccome nun so’ scemo la bandiera me so’ scerto,

‘che ho capito ch’ er potere nun te da la libertà.


Girotondo

Gira giro tondo,

casca er mondo,

casca la tera ,

tutti giù pe’ tera!

Da ‘n annetto a questa parte

nu’ mme sento niente bene

me so’ fatto fa le carte

ma ‘r problema è forte, tiene!

 

Ho provato anche a pregà

co’ ‘na santa benedizione,

ma ‘n ce sta niente da fa’,

me so detto: è pe’ l’unzione!

Ho creduto de sta mejo

quando ho visto un po’ de gente

che s’è mossa per l’orgojo,

e pe’ cercà d’esse presente.

 

Du’ girate ai monumenti,

e pe’ difenne la giustizia,

p’attestà dei sentimenti

soverchiati co’ perizia.

 

Che sollazzo! che bellezza,

insieme fa’ sto girotondo!

E mentre se giramo ‘n  tondo

avemo brividi d’ebbrezza

 

“…casca er monno co’ la Tera ”!

ed ognuno assai è felice,

ma ‘ la Storia poi ce dice

…“tutti quanti giù pe’ tera”!


‘a legge

  ‘N giorno la mi fija me chiede de la Legge,

“conosce” vo’ sapé, chi è che la protegge,

ed io, che gran bugiardo, purtroppo mai so’ stato,

‘n silenzio l’ho guardata, ‘n poco imbarazzato…

 

“’a Legge se rispetta…”, jo detto in mezzo ai denti,

“…le regole so’ fatte pe’ tutti i cittadini,

pe’ l’omini le donne e pe’ li regazzini.

Ma poi j’ho aggiunto ladri, politici e potenti.

 

Allora paracula me chiede co’ perizia

che se, pe’ rispettalla, ce sta la polizia.

“pe’ i primi onesti, sì”, je dico “… è la Giustizia,

pe’ l’antri invece no… basta ‘a Democrazia!”


‘a vendetta

Quanno credo de sta’ mejo

e che tutto fila liscio

ce sta lei che je da ’n tajo,

quasi ‘n corpo de scudiscio.

 

Nun lo so, ma cch’è successo!

…perché urla, piagne, strilla,

perchè scappa dentro ar cesso

e nun se fa ‘na camomilla?

 

La mi fija guarda e chiede,

“ma ch’è stata corpa mia?”

è ‘na cosa che ‘n se crede

“No, nun c’entri” pora fija”

 

Si vabbé c’è confusione,

‘no sfondone forse ho detto,

jo mancato de rispetto

…ma ‘n sarà la mestruazione?.

 

Ma ch’è stato c’ogni tanto,

dimo… una vorta ar mese,

lei me sbottà ner grande pianto

e poi giù co’ accuse e offese.

 

Nun riesco a staje appresso,

la parola mia nun basta,

me ripete che so’ ‘n fesso,

che lei era dorce e casta.

 

Ma che brutta situazione,

senza ride ormai nun vivo,

e pe’ cambià ‘sta situazione

pe’ vendetta… allora scrivo.


L’attenzione

‘N conijo ‘n po’ anzianotto,

che riusciva ormai all’ intento

de scopasse sopra e sotto

le conije solo a stento,

 

chiese a ‘n giovine conijo

una mano pe’ ll’impresa.

Lui je dette ‘n ber consijo

e firmarono l’intesa.

 

Conijette in fila e mute

aspettaveno impazienti

de riceve le dovute,

attenzioni competenti.

 

Quanno er vecchio attaccava,

di buon ora cominciava,

cor buongiorno le prendeva,

e alla fine le accendeva.

 

Ma er conijo esuberante

l’attenzioni nun ne dava,

dalla prima cominciava

ma finiva, ahimè, all’istante.

 

Dopo ‘n po’ che sta manfrina

annava avanti giorno e sera,

volle er vecchio ‘na mattina

avé riscontro a sua maniera.

 

S’aggroppò p’er suo dovere,

e manco aveva cominciato,

che ‘n bruciore ner sedere

lo rimase senza fiato.

 

Disse allora a quer portento:

“tu sei forte, come ‘n toro,

ma se scappi sur lavoro,

caro mio, ha da’ sta attento”


Er circo

  “Er circo vojo vede” me disse la mi fija

cercannome la faccia pe’ capì s’avevo voja,

ma io che li circensi vedevo dappertutto,

Je dissi “ ora te dico ‘na storia de costrutto”

 

“Te parlo de li maghi, che in modo tutto ligio

ce rubano er pensiero co’ giochi de prestigio.

Te spiego i domatori che senza lo staffile

ce vojono pe’ tera, poi all’in piedi e su du’ file.

 

Te parlo dei pajacci, che pronti e anche de corsa,

ai primi e a li secondi je porteno la borsa.

Te faccio capì bene pure li saltimbanchi,

che a casa muti e tristi, tornamo sempre stanchi…”

 

“A pa’…” me dice triste, sta storia l’ho capita,

me stai a spiegà dell’omini de fori dar tendone.

Così jo confessato “… ‘o vedi? … è ‘n’illusione,

‘n’ ce serve d’annà ar circo, ci avemo già la vità.


L’orgojo

  N’ ho avuta d’ammicizia nella vita

ma n’ ci ho saputo fa’ l’abbi pazienza…

distratto da ‘sto monno de monnezza,

me trovo oggi da solo, ad esse ‘na schifezza.

 

De tempo ce n’ho avuto pe’ ‘na pezza

ma l’umirtà poi no, de chiede scusa,

la malattia che ci ho, se chiama orgojo,

e me forza a rinuncià poi a quer che vojo.

 

E allora je do’ giù, ‘ndo cojo cojo,

fino a che poi nun posso arzamme più,

piagnenno sopra ar latte ch’è versato,

m’addormo, e me ne vado ‘...rìammazzato.

 

M’adesso vojo di’, ch’è stato è stato,

non era mia intenzione disturbà,

io so, che nato ero pe’ l’ammore,

pe’ vive con er Verbo der Signore.

 

Ma ho già parlato troppo co’ sto core!

…li conti vojo fa’ co la coscienza,

onorà l’amici avuti nella vita,

da loro congedamme,

…prima che sia finita.


Esperienza

Da quann’ ero ragazzetto,

de pregà m’ hanno insegnato,

“nun toccatte…” m’anno detto…

e so’ cresciuto spaventato!

 

Ma rimasto m’è ‘r terrore

de sbajà er comportamento.

Sempre ligio, onesto, attento,

e pronto ad aiutà cor core.

 

Ho lavorato come ‘n mulo,

ho rispettato er mio vicino,

ma de sera e de mattino

l’ho pijato dentro ar culo.

 

“Pe’ li furbi mo so’ cazzi”

me so’ detto co’ speranza

quanno che la risultanza

disse basta coi sollazzi!

 

Fiducioso me so’ detto

de guardà sempre davanti,

ma distratto o pe’ dispetto

l’ho pijato sopra i denti!

 

“La giustizia!”… me so’ detto,

“…solo quella me protegge!”

ma distrutta da’na legge

m’ha lasciato cor sospetto…

 

…che de sopra o che de sotto

devo sempre manna giù.

Però adesso me li fotto

e nun me faccio fregà più.


Percorso

Quanno ar monno so' venuto,

come tutti ho disperato

per il luogo c'ho lasciato

protettivo e assai feconno.

 

Nun lo so che m'aspettavo,

nun sapevo proprio niente,

ma capivo che sbajavo

se credevo d'esse esente.

 

Po' restà carmo un bambino,

che tirato per il collo

vede sangue a lui vicino,

e 'n che acqua è stato a mollo?

 

Poi ci ho bujo fino ar giorno,

che co’ 'n fiocco da figura,

m'hanno detto "doppo torno! "

e rinchiuso ‘n quattro mura!

 

Si vabbé l'artri bambini,

come me lì fermi, assorti,

sembravamo sordatini

co’ li pantaloni corti.

 

Poi so' annato militare,

e pure là so' stato zitto,

fermo e attento a nun sgarare,

pe’ marciare a tempo e dritto.

 

Poi “…è finita!” ho detto ‘n giorno

che credevo ess' er mijore,

nun sentivo dentro ar core,

tutto stato era 'n contorno

...er contorno alla clausura,

de 'na vita per intero,

senza pronuncià er pensiero

stretto ar chiuso tra du' mura;

 

dove er furbo arriva prima,

nche a coje in un momento

quer d'er capo er sentimento,

p' ottenè la finta stima.

 

Ma chi dice quer che pensa

raddoppiato ha er sacrificio

de 'na vita poco densa

dissipata nell' ufficio.

 

Così arrivi alla pensione

e forse libbero te senti

de parlà fori dai denti.

Ma è sortanto n'illusione.

 

Poi finarmente c’è quarcuno

che te cerca e vo' capì,

vo’ parlà senza nisuno,

p'ascoltà che ci hai da di’.

 

Nulla fa s’è solo ‘n prete

che te parla pe’ missione,

se te vo’ placà la sete

o datte solo estrema 'nzione.

 

Sei felice, è ‘r tuo momento,

nun voi attende, taji corto,

nun t’accorgi che sei lento,

perché ormai, sei proprio morto.


Rispetto

  Un ber giorno er re leone,

ch'era er capo alla foresta,

chiamò a se tutto er rione

colla scusa de ‘na festa.

 

Un seconno, e ‘n gran baldoria,

c'era tutta l'adunanza

che ‘ngoiava senza storia,

se riempiva bocca e panza.

 

Quarche scimmia che strillava,

barcollando assai magnava,

quarche asino e caprone,

sporverava er tavolone.

 

Quanno tutto fu finito,

restò solo l'impressione,

der casino garantito

dalla grande confusione...

 

…chi fingeva distrazione,

chi stanchezza, chi rigetta,

e chi pure, tra l'azione,

se svignava in tutta fretta.

 

Doppo circa ‘na mezz'ora

eran quasi tutti fora,

ma restava er gran casino,

in quer ch'era un ber giardino.

 

Fu a quer punto ch'er leone,

co ruggito assai potente,

dimostrò la sua avversione

contro er popolo fetente:

" E dove andate brutti zozzi

zitti zitti co' destrezza?

Ve squajate co li gozzi

ancor pieni de monnezza!…

 

…perché sete indifferenti,

c'è na regola vigente...",

n'acchiappò uno tra i denti

e masticollo sorridente!

 

Da quer giorno dell'eventi

la foresta è assai pulita.

Tutti quanti stanno attenti

a restà sazi, e... pure in vita.


Telegiornale

Quanno ch’ero regazzetto spesso io me domannavo

de tutto quello che vedevo ma che poi nun me spiegavo,

e mi padre, che poraccio, tante cose nun sapeva,

co’ cadenza a cantilena ‘na cosetta ripeteva.

 

“So’ ste cose complicate, però sai, ner bene o male…

fio mio dai retta a me, ce bisogna a vorte  crede,

e se poi tra chi l’ha detto c’è sta pur’ er telegiornale,

sta’ contento e anche sicuro, che je poi prestà la fede “.

 

Così nell’anni sempre, alle notizie date,

so’ stato assai fedele, attento e anche credente,

fino a capì che quelle, che ce sono rifilate,

ce vojono sì cambià, ma ‘n gente deficiente.

 

Macché notizie certe, quer che te fanno vede,

adesso so ch’è mejo cercà la spiegazione,

co sto cervello mio, senza televisione,

e che alla notizia data, è mejo nun ce crede.


Visibilità

Er giorno che dovette restà nudo

davanti ar de noi tutti er Creatore,

che je chiedeva in merito ar trasudo

che je riconosceva dentro ar core,

 

’n Capo, che pe' tutta l'esistenza,

li meriti dell'artri aveva preso,

potenno cor suo grado e cor suo peso

zittà chi je chiedeva ricompensa,

 

capenno ch’era giunto ormai er momento

de nu’ nasconne più quer ch'era giusto,

che tempo era de cede all'artri er gusto

e rassegnasse allo sputtanamento,

 

se fece uscì ‘na lacrima, singhiozzi e convursioni,

pe’ impietosì er Signore che già sapeva tutto…:

“Mannateme quer farso che piagne come ‘n putto,

che’n riesco a concentramme e rompe li cojoni! “

"L'ho fatto pe' restà lì in testa a tutti…“

disse piagnendo finto quell'infame,

”…so stato 'n' abusivo, 'n sorcio, 'n cane,

so stato er peggio seme pe' li frutti".

 

Poi zitto fora mise er suo fojetto

co’ sopra er logo der Pontificato

che pe’ più vorte aveva lui aiutato

a sorpassà,  restà sempre protetto.

 

Disse così er Creatore ormai incazzato:

"Ancora cerchi de fatte notà?

so’ l'urtimi li primi, a baccalà.

Mannateme n'antro!…'rìammazzato ! "


Divorzio veloce

Mentre litigavo co’ mi moje, annava in onda,

na discussione ‘n tondo, a ‘na tavola rotonda,

se parlava der divorzio, e pe’ giunta a sola voce,

perché destra co’ sinistra lo volevano veloce.

 

Me so’ detto, meno male, finalmente hanno capito

che sarebbe mejo vive separati e senza angoscia,

che ‘no sbajo prolungato, prima stanca e dopo ammoscia,

e ch’è mejo nun insiste tra li due a mettece er dito.

 

Ma er potere d’ogni parte, puro dell’ opposizione,

n’ha voluto da’ er consenso alle du’ voci che dar gregge,

co’ ‘n acuto da soliste proponevano ‘na legge,

risolvenno co’ coraggio ‘n gran problema alla nazione.


Filastrocca delle ferie

Quanno ariveno le ferie

dopo n’anno de fatica

io vorrebbi fa all’antica,

e sentì er sangue nell’arterie.

Ma comincia n’antra lotta

pe’ trovà la giusta meta

mette  ‘nsieme chi è poeta

co’ chi studia e chi je scotta.

Nun c’è posto sulle guide,

nun c’è verso de decide,

er dilemma nun lo sblocco…

Vonno annà solo a Ciavocco.

Così so’ che quer che m’aspetta

tra ‘n soriso e ‘na lagnanza,

tra l’abbuffo de la panza

per l’intingolo a scarpetta.

Cercà devo la capienza

a tutto quanto l’occorente

che me serve all’occorrenza

p’esse pronto e anche presente!

Così metto ‘n saldatore

du’ segacci e tre martelli

quattro punte cor motore

‘na piccozza e du’ scarpelli

se ce avanza ‘n po’ de spazio

ce nasconno ‘n cannocchiale

pe scrutà quarche animale

che me toje dallo strazio,

e famme score nell’arterie

la sembianza de sta ‘n ferie.


Arabesco

Ve vojo raccontà de quer c’ho visto

pe da’ giustizia a tutte le cazzate,

c’avemo letto o ci’ hanno raccontate,

e avemo poi credute come in Cristo.

 

“Le donne lì so’ schiave e segregate... ”

ma io l’ho viste libbere e coi tacchi!

“…le tengono coperte fino all’occhi…”

ma dalla sabbia ‘n sono soffocate!

 

“…P’annà a pregà se lavano le mano…”

noi no, e certo nun ci annamo!

“…so’ checche e stanno insieme a prenne er fresco…”

noi invece semo ommini. Guardamose ‘n cagnesco!

 

E ancora poi der tajo de la testa…

der deserto, de’ tutti i suoi predoni…

ma ‘n dimo che da noi è sempre festa,

soltanto pe’ politici, lecchini e fanfaroni.


Onestà

’N asino che mesto faceva er suo lavoro,

con gran puntualità e massimo decoro,

se volle 'n giorno chiede, perché sempre più spesso,

vedeva sorpassasse da quelli "de successo"

 

"So asini de razza…" je disse ‘n vecchio ciuco,

"… nun statte a domannà, così fai er sangue amaro"

ma er primo che voleva, cavà e ragno dar buco,

cercò la spiegazzione anche s'era ‘n somaro.

 

Così passaron l'anni…e passò tutta la vita

senza capì quer fatto e se ce fosse er nesso,

poi quanno stramazzò tiranno su ‘n salita,

gridò: "io sto a morì da libbero, e senza 'n compremesso"

 

Ma quanno er protettore dell'Asini all'ingresso,

je chiese de la tessera, de vede er distintivo…"

Sentì 'na vecchia rabbia ‘n che de primitivo…,

e allora Je strillò : " so’ stato proprio 'n fesso!…"

 

"…si nasco 'n'antra vorta, me 'scrivo a tutt'i gruppi;

an gruppo de preghiera, a 'na loggia segreta,

farò scoppià de rabbia er capo delli Yuppy,

farò 'na vita commoda, felice e assai concreta…

 

…me metto anche 'n cappuccio, che so… du' distintivi,

'na sciarpa, 'na bandiera, addosso 'na divisa,

vojo pur esse' 'er primo de li consociativi,

e nun pagà ‘na lira, poi quanno faccio spesa,

 

me faccio da 'na spinta, 'na raccomandazione,

vojo passà davanti puro a chi ha studiato,

e nu me frega niente de fa ‘na  brutta azione,

me vojo vendicà de quello c'ho passato.

 

"E no…" je disse er ciuco da tempo lì in attesa,

"… da retta a n'antro fesso, è mejo esse seconno,

li primi so politici, ce mettono er soriso,

li boni semo noi, famo girare er monno".

 

"E no io nun ce sto…" rispose l'altro lesto,

so' n'Asino vabbé, e anche s'è pe’ questo

che so famoso solo pe' nun capì de gnente…,

’ngannà ancora nun vojo tutta sta brava gente.

 

…se vorse al protettore ch' ormai ross' era 'n viso,

je dette 'no spintone je disse "…SO’ CAMBIATI…"

e tra l'insurrezione de tutti i sorpassati

cor Ciuco spaventato entrò… ner Paradiso.

 

 

Filastrocca di Natale

 

Come sempre, dopo un anno,

posso dire “meno male,

anche se con qualche affanno,

è arrivato ormai Natale”.

 

Prendo carta, pietre e paglia, 

un po’ di muschio assai recente,

un finto asino che raglia

 un bue che mastica ubbidiente,

 

fino a che, con meraviglia...

MI SON PERSO LA FAMIGLIA!

Cerco, guardo, penso e chiedo,

ho un gran dubbio a cui non credo!

 

Vuoi veder che quei “furbetti”

si son presi anche la grotta,

con due colpi l’han ridotta,

o innalzata e fatto i tetti?

 

E se invece son sfollati?...

...visto che nei territori

grandi muri hanno alzati,

a separare menti e cuori?

 

Poi ho pensieri assai agitati:

ho paura. Mamma mia!...

e se li hanno  bombardati

con la gran democrazia?

 

Ma il mio timore si risveglia,

e capisco che ho sognato,

quindi  cerco la famiglia

forse un poco rinfrancato.

 

Mi guardo intorno e..MERAVIGLIA!

...la trovo dove  non l’aspetto,

così mi, DICO, che l’amore,

 forse chiede  più rispetto.

 

Così tra il bue  e l’asinello,

io metto poveri e diversi,

  e son sicuro, che il Natale,

oggi sarà forse più bello.

 

Antologia di Natale 2007

(Giulio Perrone editore)

 

 

La ballata dell'Operaio

Son morto,

ch’ero operaio,

son morto,

con altri mille,

pestati,

 dentro un mortaio,

e per un attimo,

siamo stati faville!

 

Ma ecco,

riprende il turnone,

che richiama,

al sacrificio,

così qui in fabbrica,

come dentro l’ufficio,

una gran pressa,

ci premerà!

 

Son morto,

ch’ero ragazzo,

son morto,

con altri mille,

ma a nessuno, qui,

frega un bel cazzo,

e una gran funzione,

ci casserà!

 

Lo so,

che sono operaio,

e per il PIL,

solo carne da macello,

ma se in questo mondo,

non devo restare,

che almeno mio figlio,

si ricordi di me!

 

Son morto,

da sporco operaio,

son morto,

con altri mille,

bruciato,

da un burattinaio,

che anche tu,

mantieni lassù!

 

 

Sommario 2007

 Ecco qua. È capodanno!

E vojo famme un ber sommario,

pe’ trovacce  er bene o er danno,

der passato ar calendario.

 

Così m’accorgo che la guera

n’è finita, anzi che incarza,

ch ‘a monnezza a dismisura

pe le strade ancora s’arza;

 

che ar sudde l’ospedali

nun so fatti pe’ i cristiani,

e che la spesa, li maiali,

lì la fanno a cento mani.

 

Vedo e segno che la droga,

piega, ammazza più che mai,

ma ch’è er lavoro, a esse piaga

e che falcidia l’operai !

 

Vedo anche la mi fija,

e qual’è er monno che l’abbraccia,

dove er peggio fa er magnaccia,

mentre er mejo j’assomija.

 

Allora p’ariconsolamme

penso ‘n poco positivo,

e che ‘n popolo più attivo  

po’ dì basta a sto bailamme.

 

Me riprendo dai pensieri,

dico sì,  è mejo di ieri,

e che alla fine, ar calendario,

farò n‘antro ber sommario