Il sonetto (secondo me)

 

 

Il mio personale parere, è che il sonetto sia una delle forme più alte di espressione.

Il sonetto non dovrebbe rispondere mai a schemi preordinati, anche se così viene stabilito nelle cattedrali della cultura, bensì essere composizione metrica personale, formata da versi endecasillabi distribuiti in quartine e/o terzine legate tra loro a piacere.

Quel che secondo me conta in un sonetto, e che tale vuol definirsi, è la musicalità dei versi. Colui che lo compone, perciò, deve soffermarsi più che altro su questo aspetto. Il sonetto dovrebbe essere come un dipinto, rappresentazione di una situazione ben definita, oppure, essere espressione d’un qualcosa di intimo, come un momento di rabbia, di travaglio interiore o spiegazione di una personale opinione.

Il sonetto dovrebbe sempre essere ironico, mai offensivo, e con un doppio senso da cogliere.

L’importante è comunque che il sonetto abbia una tenuta a che scandisca il tempo di attesa che intercorre tra un verso e l’altro.

 

Chi ascolta o legge un sonetto non dovrebbe mai incorrere nell’errore di soffermarsi sulle parole, bensì cercare il non detto tra le righe, che spesso nascondono le vere motivazioni che hanno condotto l’autore a scriverlo.

 Quello che  nel sonetto spesso appare, non è ciò che l'autore intende dire, il capirlo, però, sta tutto nell’arguzia di chi legge.

 

Grande aiuto a predisporre il lettore nelle giusta maniera,  però, può esserne il titolo adatto.

Il caso del sonetto che di seguito prendo in esame, ne è infatti prova.  Cambiando titolo, e suggerendo che si tratta di una visione dovuta a cause precise, pur mantenendo lo stesso componimento se ne lascia comprendere con più facilità il senso .

 

Quello che prendo ad esempio è un mio sonetto dal titolo originario: Emancipazione 

 Leggendolo o ascoltandolo con poca attenzione, si  può incorrere nell’errore di interpretarne il significato come  offensivo per la donna.

In realtà, vuole invece essere l’opposto.

 

Nel caso del sonetto "Emancipazione", troppo facilmente , ma anche inconsapevolmente,  il lettore associa il titolo del brano alla necessità della donna di liberarsi giustamente dall'arrogante potere dell'uomo.

Chi parla in prima persona nel sonetto, in realtà, è un maschio frustrato. Egli ricorda infatti con nostalgia il tempo in cui  si mostrava alla donna come essere “superiore” a cui  tutto era permesso. Lamentandosi del fatto che  la donna riesca oggi a fare quello che prima  lui solo poteva, il maschio umiliato l'incolpa di pochezza, dimostrando così la sua misera "emancipazione" da schemi retrogradi e superati.  Da qui derivava il titolo Emancipazione, che nelle prossime pubblicazioni e per i motivi descritti, cambierò in Frustrazione  .

Nell’esporre in pubblico questo sonetto, infatti, mi sono trovato più volte di fronte a sguardi ed espressioni  tra loro opposte : perplessità incredula su visi di coloro che non  ne avevano inteso lo spirito, e piacevole consenso, invece, sui volti di coloro che  avendone compreso il senso, assentivano divertiti.

Infondo, se vogliamo, è proprio questo il fine dei sonetti meglio riusciti.

La satira, come dirà meglio il maestro Proietti nel filmato in basso, è l'anagramma di risata!

 

 

 

 

 

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